Dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il mondo si divise in due blocchi contrapposti: il blocco occidentale, guidato dagli Stati Uniti d’America e il blocco orientale, controllato dall’Unione Sovietica. Fu l’inizio della cosiddetta “Guerra fredda” e furono anni molto difficili in cui le vicende politiche influenzarono in maniera determinante l’evoluzione del teatro, ma non furono le sole. La guerra ebbe delle vistose conseguenze sociali come l’emancipazione della donna da una parte (centinaia di domestiche e di massaie trovarono lavoro in fabbrica e scoprirono l’indipendenza) e la decimazione della popolazione maschile dall’altra. Migliaia di attori partirono per il fronte e molti di essi non fecero più ritorno alle loro case. Nel 1952, il re Giorgio VI moriva e la figlia Elisabetta veniva incoronata Regina.
In Inghilterra, gli anni del dopoguerra vengono solitamente indicati come gli anni della rabbia e dell’alienazione e in quegli anni si sviluppano fondamentalmente due correnti teatrali: una è quella legata a Samuel Beckett e al Teatro dell’assurdo, mentre l’altra è quella rappresentata da John Osborne e dai suoi Angry Young Men. Quello di Beckett è un filone drammaturgico altamente simbolico; l’altro, quello di Osborne, è invece un filone che denuncia apertamente i problemi della classe operaia e dei terribili anni del dopoguerra.
Il teatro dell’assurdo, fondato da Beckett, affonda le sue radici culturali nell’era elisabettiana, nella tradizione circense e persino nell’arte dei Fratelli Marx. È un teatro che combina insieme la commedia e la tragedia, proprio come le opere shakespeariane. Si basa sul principio che la vita è assurda e che si fonda su una forma di comunicazione vuota. È proprio questo il motivo per cui nelle opere di Beckett le parole sono praticamente inutili. Non esiste una trama e l’obiettivo dell’autore è quello di rappresentare condizioni e stati d’animo universali, condivisi da tutti gli uomini.
Beckett, nato a Dublino nel 1906, si laurea nel prestigioso Trinity College della sua città e nel ’28 si trasferisce a Parigi dove entra in contatto con James Joyce e con l’élite di artisti e intellettuali dell’avanguardia parigina dei primi anni ’30, ma allo scoppio della Seconda guerra mondiale non esita minimamente ad unirsi alla resistenza francese. Comincia la sua carriera come romanziere, ma è negli anni a cavallo tra il 1951 e il 1953 che diventa un drammaturgo affermato, scrivendo le sue pièces direttamente in francese per poi tradurle in un secondo momento in inglese. “Aspettando Godot”, pubblicato nel 1953 riscuote un successo enorme. Niente trama, nessun passato e nessun futuro: solo un opprimente e ossessivo presente. I due vagabondi, Vladimiro ed Estragone, trascorrono i loro giorni aspettando il misterioso “Godot” che non arriverà mai. Non possono fuggire via: sono praticamente intrappolati nel tempo e possono solo aspettare. Ma chi? Che cosa? Godot è Dio o è forse la morte? Nessuno lo sa, neppure lo stesso Beckett. La pièce apre diversi interrogativi sull’esistenza di Dio, sul perché dell’uomo e della sua presenza sulla terra. I due protagonisti trascorrono il loro tempo dilatato parlando del niente e usando parole prive di senso perché la vita stessa non ha alcun senso e nessuno scopo. Alla fine di ogni giornata arriva puntuale il solito messaggero ad annunciare “…Godot non verrà oggi, ma certamente verrà domani”. La scenografia è essenziale, scarna: solo una strada ed un albero spoglio, percepito dai due vagabondi non tanto come un segno di vita, bensì come un possibile strumento di suicidio, unica via d’uscita.
“Finale di partita”, pubblicato nel 1957, è probabilmente la sua opera più rappresentativa. Descrive una situazione piuttosto lugubre in cui viene mostrata l’impotenza umana. Il protagonista, Hamm, non è in grado di camminare né di sedersi e i suoi genitori, privi di gambe, sono costretti a vivere dentro due bidoni della spazzatura. Soltanto il loro servitore Clov può muoversi. Chiusi nel loro piccolo e claustrofobico mondo, ignorano di essere, probabilmente, gli ultimi sopravvissuti e trascorrono la loro vuota esistenza aspettando che il gioco o la vita finisca. Ne “L’ultimo nastro di Krapp”, un uomo ascolta una registrazione su un nastro e non riesce a riconoscere sé stesso, mentre in “Giorni Felici”, la protagonista Winnie è sepolta in un cumulo di macerie sino alla vita e intorno a sé c’è solo un deserto squallido e sabbioso. Probabilmente anche Winnie e il marito Willie, che nella pièce ha un ruolo marginale, sono gli ultimi sopravvissuti sulla terra, ma sembrano non rendersene conto. Lei continua a fare con molta non chalance le cose di ogni giorno, come riempire il vuoto circostante di tante parole inutili per non sentire la solitudine opprimente che l’attanaglia, oppure tirare fuori dalla sua enorme borsa nera oggetti inutili e fuori luogo dando loro un’importanza eccessiva, o ancora lavarsi i denti, pettinarsi e farsi bella come per prepararsi ad un evento speciale a cui non può mancare. Forse la propria fine? Ecco, quindi, che i “Giorni felici” diventano il preludio di una morte imminente da accogliere come un giorno di festa, metafora della fine di qualsiasi forma di sofferenza.
Diverso il filone di John Osborne, figlio di un artista appartenente alla classe medio-bassa. I conflitti dei suoi genitori hanno lasciato profonde ferite nella personalità del giovane da cui ha avuto origine il suo senso di sconfitta e di ribellione. Di formazione autobiografica, prima ci cominciare la sua carriera come drammaturgo, ebbe modo di lavorare come giornalista e fu anche un attore abbastanza apprezzato. Nel 1956 pubblicò la sua pièce più importante “Ricorda con rabbia”, che lo rese immediatamente popolare e da cui ebbe origine il movimento degli “Angry Young Men” o “Giovani arrabbiati”. Si trattava di giovani che ce l’avevano con il sistema e i cui più acerrimi nemici erano i borghesi. Nei suoi lavori, Osborne denuncia le condizioni di vita delle classi operaie negli anni del dopoguerra, dando voce alla loro frustrazione.
Se nelle opere di Beckett la scenografia è puramente simbolica, nell’opera di Osbourne l’ambientazione domestica è fondamentale, caratterizzata da forti tensioni, espresse attraverso un linguaggio molto violento.
“Ricorda con rabbia” ruota attorno le vite di tre giovani: Jimmy, sua moglie Alison e Cliff, l’amico di Jimmy. I tre antieroi, rappresentanti della classe operaia, condividono un piccolo appartamento dove si incontrano a fine giornata o durante il week-end. La tensione che sottolinea la loro ambigua relazione viene espressa da Jimmy con un linguaggio ai limiti del selvaggio. Dal punto di vista strutturale, l’opera è piuttosto tradizionale: introduzione, climax e finale, ma ciò che colpisce maggiormente è il linguaggio crudo e violento utilizzato da Osborne con cui esprime tutta la sua rabbia e la sua insoddisfazione verso la mancanza di valori della borghesia, in contrapposizione alla ricca umanità espressa della gente appartenente alla classe operaia. Osborne ha scatenato una vera rivoluzione nel teatro inglese con i suoi “Giovani arrabbiati” che esprimevano con rabbia tutta la loro frustrazione nei confronti dell’ipocrisia borghese britannica. La squallida ambientazione domestica rifletteva un crudo realismo assolutamente rivoluzionario per il tempo. Il successo della pièce di Osborne fu come una boccata d’aria fresca per lo stantio teatro inglese dell’epoca che la scena londinese non ha più vissuto da allora. L’opera di Osborne si presentava come una rivisitazione del dramma naturalistico. Ma la rabbia di Jimmy Porter, come quella di tutti gli altri arrabbiati, battuti, perduti e simili, altro non è che la rabbia di non volere ammettere d’essere un romantico e un sentimentale. Jimmy darebbe un occhio della testa piuttosto che ammettere d’essere quello che è: un romantico ed un sentimentale. È più facile dire che si tratta di tutt’altro: rabbia contro una società piena di snob, rabbia d’una esistenza senza senso, rabbia per le lunghe e tediose domeniche inglesi nelle quali agli uomini intelligenti sembra di impazzire. Quello di Jimmy è l’inferno di un intellettuale borghese, romantico e sentimentale che s’arrabbia talmente tanto e con tutti per paura d’essere colto con le mani nel sacco e perciò rende la vita impossibile a sé e agli altri.
Osborne si è sempre dimostrato un autore molto curioso e attento alla ricerca del teatro sperimentale europeo degli anni ’50, da Pirandello a Beckett, da Brecht a Ionesco. A partire dagli anni ’60, cominciò a scrivere sceneggiature per il cinema, la più famosa delle quali è stata quella del film “Tom Jones”.
