Emma Bovary: L’anomalia del Dandismo Femminile nel XIX secolo

Nel panorama letterario della seconda metà dell’Ottocento, la figura del dandy emerge come l’estremo baluardo dell’individualismo contro la marea montante della mediocrità borghese. Sebbene il canone dell’epoca, da Barbey d’Aurevilly a Baudelaire, fino a Huysmans e Wilde, declini questa filosofia quasi esclusivamente al maschile, un’analisi profonda rivela in Emma Bovary, protagonista del celebre romanzo di Gustave Flaubert, l’unico, tragico esempio di “dandy al femminile”. Mentre i vari Lord Illingworth o Des Esseintes dispongono di mezzi finanziari e libertà sociale, Emma opera in uno stato di reclusione domestica, trasformando la sua insoddisfazione in un’estetica della ribellione.

Il dandismo non è solo eleganza, ma una “dottrina dell’eleganza” intesa come disciplina morale. Emma Bovary non si limita a vestirsi bene; lei si mette in scena. Ogni suo acquisto – i guanti di svezia, le boccettine di vernice, i mobili di lusso – non è dettato dal consumismo, ma dal desiderio di elevare la propria esistenza a opera d’arte. Emma rifiuta categoricamente la funzione pratica della vita. Come il dandy baudelairiano, prova orrore per la “natura” e per la trivialità del quotidiano (rappresentata dall’odore di stufato e dalla goffaggine di Charles). La sua dedizione al decoro, ai profumi e alla postura è un tentativo di negare la propria origine provinciale. Emma non vuole “essere” una moglie; vuole “apparire” come l’idea platonica di un’aristocratica.

La differenza fondamentale tra Emma e i suoi contemporanei maschi risiede nelle possibilità d’azione. Il dandy maschio è un flâneur che osserva il mondo con distacco; Emma, invece, è prigioniera di Yonville. Inoltre, il dandy maschio può circolare liberamente nei boulevard e accedere ai vari club, spesso gestisce un patrimonio notevole, ma anche debiti per così dire “aristocratici”. Il suo obiettivo principale è quello di stupire gli altri e annoiarsi con stile. Madame Bovary, invece, ha una libertà limitata alle mura domestiche e alle sue brevi fughe, non ha disponibilità economiche proprie ed è dipendente dal credito di Monsieur Lheureux e dal reddito del marito. Il suo obiettivo è quello di colmare il vuoto esistenziale attraverso l’ideale. Emma deve esercitare il suo dandismo attraverso il corpo e lo spazio domestico. La sua ribellione è interna: lei trasforma la sua noia in un “vizio superiore”, una forma di ascesi negativa che la porta alla distruzione pur di non conformarsi alla piattezza di chi la circonda.

È importante notare che il suicidio di Emma non è l’atto disperato di una donna abbandonata, ma l’ultimo gesto di una dandy che ha perso la partita contro la realtà. Quando il mondo del “bovarysmo”, quel divario incolmabile tra immaginazione e realtà, crolla sotto il peso dei debiti, Emma sceglie un’uscita di scena che, pur nella sua atroce fisicità (l’arsenico), mantiene una dignità estetica. Flaubert, scrivendo la celebre frase “Madame Bovary c’est moi”, non rivendicava solo una comunione emotiva, ma confermava il carattere universale del suo personaggio: Emma è l’incarnazione della modernità, una creatura che cerca la bellezza in un mondo che conosce solo il prezzo delle cose. Emma Bovary è un dandy “mancato” solo per ragioni biologiche e sociali, ma perfettamente compiuto nello spirito. In un secolo di uomini eleganti e annoiati, lei è l’unica che paga il prezzo più alto per il suo rifiuto del banale, elevando la propria insoddisfazione a sistema filosofico.

Ottima scelta. Approfondiremo entrambi i punti, poiché sono strettamente interconnessi: il bovarysmo rappresenta la tensione metafisica del dandy, mentre Lheureux ne è il carnefice materiale, colui che trasforma l’ideale in debito.

Appare opportuno ricordare che il termine “bovarysmo”, coniato dal filosofo Jules de Gaultier, definisce la facoltà dell’essere umano di concepirsi diverso da ciò che è. Sebbene il dandy di Oscar Wilde (come Dorian Gray o Lord Henry Wotton) e Emma Bovary condividano questo desiderio di trascendere la realtà, le loro traiettorie divergono per un fattore cruciale: la consapevolezza. Per il dandy wildiano, l’estetismo è un gioco intellettuale consapevole. La maschera è tutto e la realtà è solo un materiale grezzo da manipolare con l’arguzia (wit). Il dandy domina la finzione. Emma, invece, non gioca; lei crede. Il suo bovarysmo è una forma di misticismo profano. Mentre il dandy maschile usa l’artificio per guardare il mondo dall’alto, Emma lo usa per fuggire da un mondo che la schiaccia. In lei non c’è ironia, ma una sete disperata di Assoluto che la rende, paradossalmente, più eroica e più vulnerabile del dandy di città.

In ogni narrazione sul dandismo, il nemico non è la morale, ma la volgarità del denaro. In Madame Bovary, questa volgarità è incarnata dal commerciante Lheureux che non è un semplice usuraio; è il “regista” che alimenta l’estetica di Emma per distruggerla. Egli comprende che il punto debole di Emma è il bisogno di oggetti che riflettano la sua immagine ideale (tende di seta, mobili esotici, scialli). Egli trasforma il “Bello” in “Merce” in funzione delle esigenze di Emma. Senza rendersene conto, Emma si indebita all’inverosimile, diventando prigioniera del proprio debito. Se il dandy cerca la libertà attraverso lo stile, Lheureux usa lo stile per incatenare Emma. Ogni acquisto di Emma è un atto di libertà estetica che si traduce in una schiavitù contrattuale. Lheureux rappresenta il capitalismo nascente che fagocita l’idealismo romantico: lui sa che dietro ogni sogno di Emma c’è una cambiale da firmare.

Il confronto tra Emma e il dandismo wildiano rivela una verità crudele: il dandismo è un lusso che richiede potere. In uno dei suoi più famosi aforismi, Wilde scriveva: “L’arte è l’unica cosa seria al mondo. E l’artista è l’unica persona che non è mai seria”. Emma, invece, commette l’errore fatale di essere seria nella sua ricerca della bellezza. Lheureux trionfa perché vive in un mondo di numeri, mentre Emma muore perché ha cercato di vivere in un mondo di aggettivi inneggianti alla bellezza. Il contrasto tra la morte di Emma Bovary e quella di Dorian Gray, l’archetipo del dandy wildiano, rappresenta il punto di rottura definitivo tra il Realismo di Flaubert e l’Estetismo di Wilde. È il momento in cui l’illusione del dandy si scontra frontalmente con la biologia e la materia. Mentre il dandy maschile cerca di sconfiggere il tempo e la decadenza attraverso l’arte, Emma Bovary subisce la vendetta della realtà proprio nel momento del trapasso. In Oscar Wilde, la morte è un atto di restaurazione estetica. Quando Dorian Gray pugnala il quadro, compie un gesto catartico: il cadavere di Dorian diventa improvvisamente vecchio e deforme, ma il quadro, l’opera d’arte, torna alla sua perfezione originaria. La morte di Dorian è quasi istantanea, “pulita”, mediata da un oggetto artistico. Il dandy muore perché non può più sostenere il peso della propria immagine, ma l’Arte sopravvive intatta. Flaubert, al contrario, nega a Emma una “bella morte”. Nonostante lei l’abbia immaginata come un atto romantico, la realtà dell’arsenico è una sequenza di umiliazioni fisiche: Flaubert descrive con precisione clinica il sapore d’inchiostro, il sudore freddo, il vomito e le convulsioni. Il corpo di Emma, che lei aveva curato come un tempio di eleganza, la tradisce diventando un ammasso di sofferenza organica. Mentre Emma muore, fuori dalla finestra passa il cieco che canta una canzone scurrile. È l’irruzione della volgarità suprema nel momento del massimo patetismo. La morte di Emma non è un ritorno all’ideale, ma la definitiva sconfitta dell’ideale da parte del reale. In questa prospettiva, Emma Bovary è un dandy “più puro” dei suoi colleghi maschi perché non ha una via d’uscita intellettuale. Per Dorian Gray, la bellezza è una scelta; per Emma, è una fame. Se il dandy di fine ‘800 vive la vita come se fosse un romanzo, Emma muore perché scopre che il romanzo ha una fine scritta da qualcun altro (Lheureux, i debiti, la biologia). Flaubert ci dice che il dandismo femminile, in un contesto di privazione di potere, non può che sfociare nel martirio estetico.

Se Emma Bovary vivesse oggi, non sfoglierebbe le Revue des deux Mondes sognando Parigi, ma scorrerebbe un feed infinito di immagini filtrate, dove l’estetica del dandy è diventata un prodotto di massa. Il passaggio dal XIX secolo al contemporaneo ha democratizzato il dandismo, ma ha anche reso la trappola di Lheureux infinitamente più pervasiva. Se il dandy dell’800 cercava l’esclusività, la Emma Bovary moderna cerca l’algoritmo. Emma curava ossessivamente l’arredamento di casa e i propri abiti per sentirsi “altrove”, mentre oggi questa proiezione avviene sui social media. Ogni post è un tentativo di “concepirsi diversi da ciò che si è”, costruendo un’identità estetica che nega la noia della provincia o del lavoro precario. Il desiderio di Emma di vivere in un “quadro” trova oggi compimento nei filtri e nella realtà aumentata, strumenti che permettono di cancellare istantaneamente la “bruttezza” del reale. Se il merciaio Lheureux doveva aspettare Emma fuori dalla chiesa per proporle un nuovo scialle, il “Lheureux digitale” ci segue ovunque e le pubblicità mirate agiscono esattamente come il merciaio di Yonville: individuano la nostra insoddisfazione, offrendoci un oggetto che promette di risolverla. Il credito facile e il consumo compulsivo di “oggetti estetici” ricalcano la spirale di debiti che ha portato Emma alla rovina. La tragedia di Emma non era la mancanza di soldi, ma l’illusione che il possesso di un oggetto potesse colmare un vuoto esistenziale. Oggi siamo tutti, in un certo senso, “dandy al femminile” come Emma: cerchiamo di elevare la nostra vita attraverso lo stile perché la realtà nuda ci spaventa o ci annoia. Tuttavia, la lezione di Flaubert rimane attuale: quando l’estetica sostituisce completamente l’etica, l’individuo finisce per essere consumato dalle stesse immagini che ha creato. Emma Bovary è stata la prima a capire che la bellezza può essere una forma di ribellione, ma anche che, senza una solida base di realtà, la bellezza diventa una condanna a morte.

Per concludere questo viaggio intellettuale, dovremmo chiederci se esista una via d’uscita dal “bovarysmo” che non passi per l’arsenico. Se il dandismo di Emma è stato una prigione, è perché è rimasto passivo: Emma ha consumato bellezza, ma non l’ha mai generata. Il dandismo autentico, per intenderci quello di Baudelaire o di un artista compiuto, non si ferma all’acquisto di un guanto di seta; esso trasforma la sofferenza della noia (Spleen) in un’opera concreta. Il limite di Emma è stato credere che per vivere una vita poetica servissero oggetti costosi e amanti eroici. Il salto di qualità sarebbe stato la scrittura o una qualunque forma di espressione artistica. Se Emma avesse scritto le sue disillusioni invece di agirle, sarebbe diventata essa stessa Flaubert. Avrebbe trasformato il debito finanziario in capitale intellettuale.

Il dandy sopravvive perché la sua “messa in scena” è un atto critico verso il mondo, non una sottomissione ai propri desideri. Emma, per salvarsi, avrebbe dovuto praticare quella che Nietzsche ne “Il crepuscolo degli idoli (1887)” chiamava “la filosofia col martello”, ovvero come smascherare le illusioni e i falsi idoli della civiltà occidentale.  Emma avrebbe dovuto comprendere che la noia di Yonville non era un nemico da fuggire, ma la tela bianca su cui dipingere. Inoltre, se il dandy maschio si salva è perché ride del mondo e di sé stesso. Emma, invece, è tragicamente seria. Il “lieto fine” per lei sarebbe stato imparare a sorridere della propria brama, guardando Lheureux negli occhi e deridendo la sua merce invece di desiderarla.

Madame Bovary rimane l’unico esempio di dandy al femminile perché ha avuto il coraggio di portare alle estreme conseguenze la tensione tra realtà e desiderio. La sua eredità non è un monito contro il sogno, ma un invito a non lasciare che i sogni siano “prodotti” da altri (i romanzi rosa per lei, i social media per noi). Emma ci insegna che se vogliamo vivere una vita estetica, dobbiamo essere noi gli architetti della nostra bellezza e non i clienti del miglior offerente.

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