Aspettando Godot: l’architettura dell’assurdo

Scrivere di Aspettando Godot (En attendant Godot, 1952) significa confrontarsi con il grado zero della drammaturgia novecentesca. Samuel Beckett (1906 – 1989) non ha semplicemente scritto una pièce; ha allestito un’epifania del vuoto, trasformando l’attesa da espediente narrativo a condizione ontologica assoluta.

L’opera si presenta come una struttura circolare e simmetrica, dove non accade assolutamente nulla. Se il dramma tradizionale si fonda sull’azione, Beckett sceglie la stasi. Vladimiro e Estragone sono le due metà di un’umanità scissa tra il bisogno metafisico di senso e la miseria della carne.

Vladimir rappresenta la funzione intellettuale, la memoria, colui che cerca di razionalizzare l’attesa. Estragon è il corpo dolente, colui che dimentica, che soffre per degli scarponi troppo stretti e che vorrebbe solo dormire o mangiare. La loro dialettica non è comunicazione, ma un gioco di ruolo atto a “uccidere il tempo” affinché il tempo non uccida loro.

In Beckett, il linguaggio subisce una decomposizione irreversibile. Le parole non veicolano più concetti, ma servono a riempire il silenzio assordante di un universo post-atomico o, più semplicemente, post-teologico in cui gli uomini non sanno più comunicare tra loro. Ecco che le parole, spesso senza senso, servono esclusivamente a riempire il vuoto che distanzia le persone, rendendole indifferenti al dolore umano.

L’ingresso di Pozzo e Lucky introduce una dimensione politica e sociale — il rapporto servo-padrone — ma anche questa è una farsa grottesca. Nel secondo atto, la cecità di Pozzo e il mutismo di Lucky sanciscono il trionfo dell’entropia, intesa come impedimento alla chiarezza: maggiore è l’entropia e minore è la quantità di informazione. il tempo non è più lineare, ma un eterno presente degradato. In tutto il dramma, l’unico elemento di scena che suggerisce lo scorrere del tempo è la presenza dell’albero. Nel primo atto è completamente spoglio, mentre nel secondo atto presenta una timida e quasi ironica fioritura. Ma chi è Godot?

Questa è la domanda che ha ossessionato la critica per decenni e che trova risposta nella sua irrisolvibilità. Neppure lo stesso Beckett ha fornito una risposta chiara e univoca; anzi, senza confermare né smentire, ha contribuito ad amplificare tutte le ipotesi fatte: Godot è l’Assente, è Dio, è la morte, è il benessere economico o un appuntamento mancato con la Storia; Godot è tutto questo e nulla di tutto ciò perché in fondo la sua identità è irrilevante. Ciò che conta è l’attesa, un atto che conferisce ai due protagonisti uno status esistenziale. Senza Godot, Vladimiro ed Estragone non hanno motivo di esistere.

Eppure, io un’idea me la sono fatta al riguardo. Tutti cerchiamo di capire perché siamo venuti al mondo e ci sforziamo di dare un senso alla nostra esistenza, ma poi il destino ci porta da tutt’altra parte e la nostra stessa vita diventa una sequenza di errori che ci allontanano da quell’idea iniziale che tanto ci aveva ammaliati. Diversamente da noi, Vladimiro ed Estragone non hanno nessuna idea del perché loro siano in questo mondo e aspettano invano, giorno dopo giorno, che qualcuno – Godot – venga loro a dire qual è il senso della loro esistenza. Tutti abbiamo bisogno di saperlo perché una vita senza un senso é una vita assurda.

Aspettando Godot resta un testo fondamentale perché non offre consolazione. Ci mette davanti allo specchio della nostra nudità metafisica, ricordandoci che, mentre aspettiamo una salvezza esterna, l’unica realtà tangibile è la solidarietà, per quanto goffa e disperata, tra esseri umani dispersi nel vuoto.