La VII Sinfonia di Beethoven: un’esplosione di energia.

 

Avete mai ascoltato la Settima Sinfonia in La maggiore di Ludwig Van Beethoven?  Beh, se non la conoscete, dovete recuperare senza indugio; per chi invece la conoscesse già , potrebbe essere l’occasione per riascoltare questo capolavoro. È uno dei miei brani preferiti di musica classica. Wagner la definì niente di meno  come l'”apoteosi della danza” e in effetti è un’opera dove il ritmo non è un semplice accompagnamento, ma il protagonista assoluto, una forza vitale che trascina l’ascoltatore dal primo all’ultimo secondo.

La Settima è una musica che sembra non riuscire a stare ferma, una vera scarica di adrenalina. In un mondo che spesso ci schiaccia con la sua complessità, questa sinfonia ci ricorda il potere catartico del ritmo puro. Il secondo movimento, in particolare, è diventato un’icona della cultura pop (utilizzato in film come Il discorso del Re, 2010 o Segnali dal Futuro, 2009), perché tocca corde universali di malinconia e speranza. Con questa Sinfonia, si impadronisce di Beethoven l’idea della gioia intesa come adeguamento dell’uomo alle leggi eterne dell’universo che troverà la sua massima espressione nel celebre Inno alla Gioia (An die Freude) della Nona Sinfonia (1824).

L’inizio monumentale del Primo Movimento è una sorta di danza campestre trasfigurata in qualcosa di cosmico che accompagna l’ascoltatore verso il cuore pulsante e centro emotivo dell’intera Sinfonia, l’Allegretto, tanto che fin dalla prima esecuzione (08 dicembre 1813), il pubblico rimase così folgorato da chiederne immediatamente il bis. Si giunge così allo scherzo brillante del Terzo Movimento che prende per mano l’ascoltatore e lo porta dritto all’ultimo movimento, l’Allegro con brio che chiude la Sinfonia, sciogliendo ogni freno inibitore. È un finale a dir poco dionisiaco, una tempesta di ritmo che corre a velocità folle, tanto che molti critici dell’epoca pensarono che Beethoven l’avesse scritta da ubriaco.

Ci sarebbe ancora tanto da dire su questo capolavoro della musica, ma mi limito a spendere qualche altra parola sul Secondo movimento, L’Allegretto.

Ciò che colpisce maggiormente ascoltando questo brano è sicuramente l’ossessione del ritmo che non si ferma mai e che genera un effetto quasi ipnotico: un mantra che cattura il cervello e che non si può ignorare una volta entrato in testa. Con il suo crescendo implacabile, questo brano sommerge l’ascoltatore come una marea che sale e che non si può fermare, culminando nell’esplosione dell’orchestra. Ma l’aspetto più misterioso dell’Allegretto risiede nella sua ambiguità: non si riesce a capire se sia una marcia funebre o una danza solenne. E’ proprio questa sua caratteristica a renderla una musica aperta: per qualcuno è un pianto, per altri è una marcia eroica verso la luce. Beethoven mette in atto un sofisticato gioco di sovrapposizione contrappuntistica. Non si tratta solo di due temi che si susseguono, ma di due entità che, a un certo punto, convivono nello stesso spazio sonoro, creando un effetto di profondità quasi tridimensionale.

Il primo tema è quello che si sente per primo grazie ai bassi e alle viole. Sembra quasi un battito di passi su una strada sterrata. Più che una melodia, sembrerebbe una cornice ritmica. È la base su cui tutto il resto verrà costruito. Mentre continua a crescere in volume (passando dai violoncelli ai violini), entra il secondo tema, una melodia lunga e legata. Se il primo tema era “ritmo puro”, questo può essere definito come “canto puro”. Ma la magia avviene quando Beethoven decide di farli suonare insieme contemporaneamente. È in questo momento che l’ascoltatore vive uno sdoppiamento emotivo: sotto si sente l’inesorabilità del tempo che scorre (il ritmo) e sopra, l’emozione umana che cerca di esprimersi (la melodia). Poi i due temi cominciano a rincorrersi tra le varie sezioni dell’orchestra, in un dialogo serratissimo dove i due temi sembrano lottare per la supremazia. Alla fine, la fusione tra i due è tale che diventa difficile distinguerli e il movimento si chiude con lo stesso accordo di fiati dell’inizio, come se quel rincorrersi fosse stato solo un sogno o una visione passeggera.

Piccola curiosità: al debutto della Sinfonia, il pubblico fu così scosso da questo movimento che ignorò quasi del tutto il resto dell’opera. È come se l’Allegretto avesse una forza di gravità propria, capace di eclissare tutto ciò che lo circonda.

Vi invito ad ascoltare questa Sinfonia e a condividere le vostre opinioni. Personalmente,  l’esecuzione che preferisco è quella di Herbert Von Karajan (Berliner Philharmoniker, 1963), ma notevoli sono anche le esecuzioni di Furtwängler (1943) e di Currentzis (2018).

Buon ascolto. .