
Dormi sepolto in un campo di grano Non è la rosa, non è il tulipano
Che ti fan veglia dall’ombra dei fossi Ma son mille papaveri rossi
(La guerra di Piero, 1966)
Tante volte abbiamo ascoltato e cantato le parole di una delle più belle canzoni scritte da Fabrizio de André nel 1966, quando era in corso uno dei più feroci conflitti mai combattuti, la Guerra del Vietnam, (1955 – 1975). Fabrizio scrisse questa canzone come forma di denuncia contro le atrocità di tutte le guerre. Compone una ballata, una forma metrica utilizzata soprattutto nel medioevo che, attraverso una serie di strofe, più o meno lunghe, racconta una storia che racchiude una morale, svelata negli ultimi versi con cui si chiude il componimento.
De André attinge al suo background, alle storie della sua famiglia, quelle che le zie e le cugine più grandi si raccontavano a bassa voce come se qualcuno, sentendole, avesse potuto punirle e in particolare rievoca, come un’eco lontana, il ricordo di uno zio, sopravvissuto ad un campo di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale.
Ma forse non tutti sanno che per scrivere questa splendida canzone, De André trasse ispirazione da un sonetto in versi alessandrini del poeta maledetto Arthur Rimbaud, scritto nel 1870, Le Dormeur du Val, tradotto in italiano con il titolo “Il dormiente della valle”. Con questo sonetto, Rimbaud denuncia in maniera sottile gli orrori della guerra franco-prussiana (1870-71) e lo fa dopo essere fuggito lontano da quegli orrori quando aveva soltanto sedici anni. Il poeta fa scoprire al lettore il cruento spettacolo della morte di un giovane soldato e il suo obiettivo è quello di renderlo partecipe della sua stessa indignazione e della sua rabbia.
Nel testo originario troviamo diverse personificazioni della natura (la rivière chante, la montagne est fière, la nature berce-le…) e nei suoi versi, il poeta dà grande importanza alla posizione del soldato (Il est étendue dans l’herbe…La nuque baignant dans le frais cresson…La bouche ouverte...) che ci ricorda il sonno innocente di un bambino profondamente addormentato. Il poeta non nomina mai apertamente la parola “morte” ed è soltanto alla fine del sonetto che comprendiamo che quel giovane soldato è morto dopo che un altro soldato gli aveva sparato due colpi, ferendolo mortalmente. Leggendo questi ultimi versi compendiamo che la “conca verde” o “nido” o “anfratto rigoglioso” del verso iniziale (C’est un trou de verdure…) altro non è che la metafora di una tomba con cui il poeta evoca il seppellimento e che De André riporta perfettamente nella sua canzone (Dormi sepolto in un campo di grano…). A voi i due testi.
LE DORMEUR DU VAL
C’est un trou de verdure où chante une rivière,
Accrochant follement aux herbes des haillons
D’argent ; où le soleil, de la montagne fière,
Luit : c’est un petit val qui mousse de rayons.
Un soldat jeune, bouche ouverte, tête nue,
Et la nuque baignant dans le frais cresson bleu,
Dort ; il est étendu dans l’herbe, sous la nue,
Pâle dans son lit vert où la lumière pleut.
Les pieds dans les glaïeuls, il dort. Souriant comme
Sourirait un enfant malade, il fait une somme :
Nature, berce-le chaudement : il a froid.
Les parfums ne font pas frissonner sa narine ;
Il dort dans le soleil, la main sur sa poitrine,
Tranquille. Il a deux trous rouges au côté droit.
IL DORMIENTE DELLA VALLE
È un anfratto verde dove canta un fiume
Appendendo follemente all’erba i suoi stracci d’argento;
dove il sole, dalla fiera montagna Risplende:
è una piccola valle spumeggiante di raggi.
Un giovane soldato, la bocca aperta, il capo nudo,
E la nuca immersa nel fresco nasturzio azzurro, Dorme;
è steso nell’erba, sotto le nuvole,
Pallido nel suo verde letto dove la luce piove.
Ha i piedi fra i gladioli, dorme.
Sorridendo come sorriderebbe un bimbo malato,
fa una dormita. Natura, cullalo tiepidamente. Ha freddo.
I profumi non fanno fremere le sue narici;
Lui dorme nel sole, la mano sul petto.
Tranquillo. Ha due buchi rossi sul lato destro.