Analizzare La Cura di Franco Battiato (1996) significa addentrarsi in uno dei testi più densi e stratificati della musica d’autore italiana. Sebbene il brano sia universalmente percepito come una delle più grandi canzoni d’amore mai scritte, ridurlo a una dedica sentimentale sarebbe limitante. In realtà, il brano è un trattato filosofico in musica che trova il suo nucleo pulsante nel concetto di Sorge (Cura), espresso da Martin Heidegger in Essere e tempo (Sein und Zeit, 1927).
Per comprendere il legame tra Battiato e Heidegger, bisogna partire dal concetto di Dasein (Esserci). Heidegger sostiene che l’essere umano è “gettato” nel mondo e costretto ad esistere senza avere scelto il momento storico, il luogo, la famiglia né tantomeno le circostanze in cui nascere. L’uomo non sceglie di esistere e tuttavia deve fare i conti con un’esistenza che gli viene data, assumendosi la responsabilità di dare un senso alla propria esistenza attraverso le proprie scelte, nella consapevolezza del limite temporale che è intrinseco all’esistenza stessa.
Battiato apre il brano elencando proprio i limiti di questa condizione:
– Le ipocondrie: La paura della malattia e della morte.
– I turbamenti: L’instabilità emotiva.
– Le ingiustizie e gli inganni del tuo tempo: La dimensione storica e sociale che opprime l’individuo.
In Heidegger, die Sorge (la Cura) non deve essere intesa semplicemente come un sentimento benevolo, ma piuttosto come la struttura stessa dell’esistenza. Per spiegare questo concetto, il filosofo tedesco riprende un apologo antico: quando la vita finisce, lo spirito andrà verso l’alto, mentre il corpo sarà ripreso dalla terra. Secondo Heidegger, la Cura prende in custodia l’uomo mentre egli è in vita e in cambio l’uomo si prende “cura delle cose” (dimensione pratica), ma ha anche “cura degli altri” (dimensione etica).
Riguardo quest’ultimo punto, Heidegger distingue due modi di avere cura dell’altro:
– Sostituire, ovvero prendere il posto dell’altro, sollevandolo dalle sue responsabilità, ma rendendolo dipendente. Immaginiamo una persona che deve scalare una montagna: io, per evitarle la fatica, la prendo in braccio e la porto su. Ho risolto il problema nell’immediato, ma ho tolto all’altro la possibilità di agire. Anche se lo faccio per “amore” o per “bontà”, sto dominando l’altro, rendendolo dipendente da me. Se io me ne vado, lui non saprà come scendere o risalire, perché non ha imparato ad usare le proprie gambe. Nel quotidiano, l’amore possessivo o protettivo all’eccesso crea un legame di sudditanza. L’altro diventa un oggetto delle mie cure, non un soggetto libero.
– Liberare, ovvero aiutare l’altro a diventare consapevole della propria libertà e del proprio destino. In questa modalità, io non mi sostituisco all’altro ma “gli apro la strada”. Non lo porto in braccio, ma gli indico i sentieri, gli fornisco gli scarponi giusti e lo incoraggio a camminare. Attraverso la “Cura Autentica”, la persona diventa consapevole della propria libertà e del proprio destino. Io mi prendo cura di te affinché tu possa, un giorno, fare a meno di me ed essere pienamente te stesso.
Battiato sposa questa seconda visione. Il “protagonista” della canzone non promette solo conforto, ma si propone come una guida metafisica: “Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore / Dalle ossessioni delle tue manie”. Potrebbe sembrare una “sostituzione”, ma il verso successivo chiarisce l’intento autentico: “Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza”.
“La Cura” di Battiato è un atto di protezione che mira a preservare l’essenza dell’amato dalle “correnti gravitazionali” (le influenze basse del mondo, l’inautenticità, il chiacchiericcio…) dove rischia di perdersi per permettere alla sua anima di fiorire.
Un altro punto di contatto fondamentale è il rapporto con il tempo. Per Heidegger, la Cura è legata alla temporalità (l’uomo è un “progetto” che vive nel presente ed è proiettato nel futuro). Battiato trascende questa visione fenomenologica verso una dimensione spirituale, quasi esoterica: “Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza / Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza”. Qui la cura diventa un percorso di ascesi, dove il tempo cronologico viene superato per attingere all’eterno, ma il vero climax della canzone risiede nell’affermazione: “Perché sei un essere speciale / Ed io, avrò cura di te”. In termini heideggeriani, riconoscere l’altro come “speciale” significa riconoscerlo nella sua autenticità. L’altro non è un numero, non è un oggetto tra gli oggetti, ma un’apertura sul mondo. L’impegno di “aver cura” dell’altro è la promessa di custodire questa apertura, difendendola dal nichilismo e dalla banalità del quotidiano.
“La Cura” non è la canzone di un uomo che ama una donna, ma la voce dell’Essere (o di una coscienza superiore) che si rivolge all’anima pellegrina. Battiato traduce il rigore del pensiero di Heidegger in una preghiera laica, trasformando die Sorge da concetto ontologico a gesto d’amore cosmico. Curare l’altro non significa guarirlo da un raffreddore, ma sottrarlo al naufragio nell’abisso dell’ignoranza. “Vagavo per i campi del Tennessee / Come vi ero arrivato, chissà”. In questo smarrimento dell’Esserci, ecco che “la Cura” diventa l’unica bussola possibile.
Verosimilmente, l’aspetto più affascinante del brano è proprio la sintesi perfetta che Battiato opera tra il rigore della fenomenologia occidentale (Heidegger) e la metafisica orientale (Sufismo, Buddhismo, Induismo). In questo brano, la “Cura” heideggeriana smette di essere solo una struttura esistenziale umana e diventa un veicolo di trascendenza.
Se per Heidegger l’uomo è “gettato” nel mondo senza un perché (la Geworfenheit), per Battiato questo essere “scagliati nel mondo” senza volerlo ha un sapore karmico. Quando canta “Ti solleverò dai dolori e dagli sbalzi d’umore”, Battiato non si limita a offrire conforto psicologico, ma agisce come un Bodhisattva (nella tradizione buddhista, il Bodhisattva è colui che rinuncia al proprio Nirvana per aiutare gli altri a liberarsi dal ciclo delle rinascite che causano solo sofferenza, dukka). Ecco che “La Cura” diventa lo strumento necessario per ripulire l’anima dalle scorie delle “vite precedenti” o dai condizionamenti meccanici. Georges Gurdjieff, maestro di Battiato, sosteneva che l’essere umano vive in uno stato di “sonno” o meccanicità, condizionato da abitudini e influenze esterne. La “Cura” di Battiato agisce come un atto di risveglio, liberando l’anima da questi automatismi e proteggendola da quelle “correnti gravitazionali” che rendono la vita inautentica.
Per Heidegger, il riconoscimento del limite mortale dell’uomo rappresenta la condizione essenziale per progettare la propria esistenza in modo responsabile e autentica, conferendo valore al presente. Battiato sposta il baricentro, affermando che la via per l’autenticità passa per l’ascesi orientale:
- “Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza”: Questa “essenza” non è solo l’autenticità del Dasein (L’Esserci), ma il ricongiungimento con l’Uno (il Tao o l’ Atman).
- “Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza”: Qui siamo nel cuore della meditazione. Il silenzio non è assenza di rumore, ma lo stato di vacuità necessario per percepire la propria natura divina, lontano dal frastuono dell’ego occidentale.
Nella filosofia orientale, la malattia suprema è l’ignoranza (in sanscrito, Avidya, la non-conoscenza), ovvero il non sapere chi siamo veramente. Battiato canta: “Guarirai da tutte le malattie / Perché sei un essere speciale”. Qui la “malattia” è la visione dualistica del mondo. La “Cura” è dunque il processo di risveglio spirituale. Il “Saggio” (o la coscienza superiore che parla nel brano) riconosce la scintilla divina nell’altro (“essere speciale”) e si impegna a proteggerla dalle illusioni del mondo materiale (nel pensiero filosofico indiano, Maya).
Mentre Heidegger resta ancorato alla finitudine del tempo umano, Battiato sfida le leggi della fisica: “Supererò le correnti gravitazionali / Lo spazio e la luce per non farti invecchiare”.
Questo passaggio è pura metafisica orientale applicata alla fisica moderna. È l’idea che lo spirito, una volta “curato” e purificato, non sia più soggetto alle leggi del tempo e della materia. La Cura permette di uscire dal tempo lineare di Heidegger per entrare nel tempo circolare o nell’eterno presente delle filosofie orientali.
In sintesi, Battiato prende la forma della Cura, intesa come l’impegno etico verso l’altro di matrice europea e la riempie con il contenuto della liberazione spirituale orientale. Il risultato è una figura di “Curatore” che è a metà strada tra il filosofo esistenzialista e il maestro Sufi: un essere che ama l’altro non per possederlo, ma per aiutarlo a fuggire dalla prigione della materia.
Se guardiamo all’intera discografia di Battiato come a un unico grande discorso sulla “Cura dell’anima”, emergono tre filoni testuali che collegano Heidegger al misticismo in modo quasi geometrico:
- Il tema del “Passaggio” (L’oceano di silenzio, Fisiognomica, 1988).
In questa canzone, il concetto di silenzio non è una semplice assenza di rumore, ma lo spazio metafisico in cui il Dasein (l’Esserci) smette di preoccuparsi delle cose del mondo per ascoltare l’Essere, inteso come entità superiore. “Un oceano di silenzio scorre lento… mi riporta verso rive sconosciute”. Qui il misticismo orientale trasforma l’angoscia esistenziale in una beatitudine contemplativa. La “Cura” è permettersi di affogare in questo silenzio per rinascere.
- La dialettica tra “Alto” e “Basso” (Prospettiva Nevski, Patriots, 1980).
In molti testi, Battiato descrive la condizione umana come una tensione costante tra la caduta e l’elevazione. In brani come “Prospettiva Nevski” o “I treni di Tozeur”, il quotidiano (il freddo, la Russia, i binari) è sempre trasfigurato da una ricerca di “luce”. Battiato usa termini come “distanze siderali” o “piani sovrapposti” per indicare che la cura consiste nel cambiare prospettiva: non siamo solo esseri biologici, ma punti di incontro tra terra e cielo.
- L’Amore come “Riconoscimento” (E ti vengo a cercare, Fisiognomica, 1988 ).
Prima de “La Cura”, Battiato aveva già esplorato l’idea che l’altro fosse lo specchio della nostra evoluzione spirituale. “E ti vengo a cercare… perché ho bisogno della tua presenza per capire meglio la mia essenza.”
In definitiva, nei testi di Battiato, chi “ha cura” non è un amante possessivo, ma una figura che ricorda molto il Maestro Spirituale (il Guru o lo Sheikh sufi) e che si assume la responsabilità heideggeriana dell’altro, ma lo fa con gli strumenti del mistico: la preghiera, il canto, la danza sacra (come nei dervisci di “Voglio vederti danzare”, L’Arca di Noè, 1982). La “Cura” è l’atto finale di un lungo percorso in cui la filosofia ha fornito le domande e la mistica ha suggerito le risposte.


