“Odissea” di Nolan: oltre la trappola della fedeltà e la vittoria della rimediazione

Spesso l’adattamento cinematografico di un grande classico viene accolto da un pregiudizio moralistico, pronto a liquidare la trasposizione con etichette come “violazione” o “tradimento”. Eppure, come ci ricorda la teorica Linda Hutcheon, l’adattamento cinematografico di un’opera letteraria è un’arte che nasce da un’ altra arte così come le storie nascono da altre storie:  l’Eneide di Virgilio non esisterebbe senza Omero né l’Ulisse di Joyce senza il mito epico, per cui la settima arte non deve temere il confronto con il testo primario.

In questa prospettiva, l’Odissea di Christopher Nolan si impone come una straordinaria dimostrazione di rimediazione cinematografica (secondo la definizione di J.D. Bolter e R. Grusin), capace di fondere e potenziare linguaggi differenti anziché depauperarli. Piuttosto che rimanere imbrigliato nella trappola sterile della “fedeltà” che, come sottolinea Robert Stam, finirebbe per paralizzare il regista con l’accusa di scarso estro o di tradimento, Nolan sfrutta la natura stessa del medium filmico per potenziare il racconto omerico. Al centro dell’opera cinematografica non c’è soltanto un viaggio per mare tra mille ostacoli prima di approdare a Itaca, ma il vero e proprio dramma esistenziale dell’eroe. L’Ulisse di Nolan è un uomo afflitto  e tormentato dalla colpa irredimibile per avere annientato una grande civiltà, quella di Troia, ricorrendo all’inganno del cavallo. È proprio questo macigno etico a trasformare il nostos (il ritorno) in un calvario psicologico: le peripezie nel Mediterraneo diventano le proiezioni esterne di una psiche lacerata dal rimorso, in cui la vittoria bellica si rivela la sua più grande condanna. Non è affatto superfluo sottolineare che il regista abbandona il pedante catalogo filologico per dedicarsi a una vera e propria intertestualità creativa, sfruttando l’ibridazione tra linguaggio visivo, sonoro e architettura temporale,  restituendo, in tal modo, il senso del nostos con un’imponenza che la sola parola scritta non può replicare. L’opera dimostra come il contenuto di un nuovo medium sia sempre un altro medium (secondo la lezione di Malcom McLuhan). Infatti, il regista reinterpreta il viaggio di Ulisse non per sottrazione o “perdita”, ma per arricchimento di forme e suggestioni.

Nolan supera l’ideale moralistico per concentrarsi sui punti di forza della nuova creazione:

1) La discesa agli Inferi:

il regista trasforma l’evocazione dei morti in un’esperienza visiva e sensoriale fondata sulle sue cifre stilistiche. Sfruttando la dilatazione temporale e il montaggio alternato (stile Interstellar o Inception), il regno delle ombre diviene un luogo in cui le percezioni temporali di Ulisse si frantumano. La sofferenza delle anime non passa solo attraverso la parola, ma si imprime nello spettatore grazie all’uso del  grandangolo e le frequenze sonore basse e immersive della colonna sonora composta da Ludwig Göransson.

2) La minaccia di Polifemo:

Nell’episodio dell’antro del Ciclope, il regista predilige animatroni su vasta scala e scenografie reali rispetto al digitale invasivo. In questo modo, il poema epico viene assimilato dal cinema e restituito attraverso una tensione viscerale e una spazialità architettonica che la parola scritta non potrebbe far “ascoltare” o “vedere” con la medesima immediatezza fisica.

3) Il ritorno a Itaca e l’intertestualità postmoderna:

La narrazione non segue un rigido ordine cronologico, ma una struttura non lineare in cui il nostos (il ritorno) si intreccia con i ricordi della guerra di Troia. Come teorizzato da Derrida e dalla critica postmodernista, l’opera rievoca e reinterpreta il passato creando un dialogo continuo tra la memoria di chi legge Omero e la sorpresa di chi guarda lo schermo.

4) Scilla e Cariddi: l’angoscia  della forza della natura.

Emblematico del passaggio a una forma d’arte autonoma è il modo in cui Nolan affronta il passaggio nello Stretto. Il regista rimedia la minaccia dei due temibili mostri trasformandola in una trappola fisica-ambientale di pura tensione claustrofobica. Cariddi diviene un vortice fluido di una potenza idrodinamica devastante e distruttiva, mentre Scilla viene rimediata attraverso scorci visivi spezzettati, tentacoli di roccia ed elementi marini che ghermiscono i marinai nell’oscurità. Qui la critica non può parlare di “perdita”, ma di arricchimento: il medium filmico sfrutta il suo linguaggio visivo e acustico per ricreare la sensazione primitiva di terrore che il lettore omerico provava di fronte all’ignoto delle forze naturali.

5) Circe.

La scena in cui la maga plasma gli uomini di Ulisse, trasformandoli in maiali è strabiliante. La forza con cui tira gli arti, allunga la bocca e storce tutti i connotati umani come fossero argilla fresca lascia senza parole. Altro che incantesimo!

Uno dei punti di massima convergenza tra testo e rimediazione risiede nell’interpretazione attoriale e Nolan ha puntato su un cast corale d’eccellenza. Se il poema permette di addentrarsi nella mente dei personaggi attraverso le parole, il cinema di Nolan affida questa interiorità alla fisicità e all’espressività di un cast monumentale. L’Ulisse tormentato e cerebrale di Matt Damon restituisce tutta la complessità dell’uomo di mètis (ingegno), scisso tra il dovere del ritorno e il peso del trauma bellico. Accanto a lui, una misurata Penelope, interpretata da Anne Hathaway nega la passività dell’attesa omerica, conferendo al personaggio un’intensa dignità politica e psicologica attraverso sguardi e silenzi carichi di tensione, mentre il Telemaco di Tom Holland incarna perfettamente la vulnerabilità dell’erede in cerca di identità. Spicca su tutte la magnetica prova di Samantha Morton nel ruolo della maga Circe. L’attrice spoglia la figura della seduttrice dei soliti cliché hollywoodiani, restituendo una divinità arcaica, enigmatica e profondamente tragica, la cui autorità magica si riflette in una recitazione trattenuta e di immensa presenza scenica. Altrettanto folgorante è la scelta e l’interpretazione di Elliot Page nel ruolo di Sinone, l’astuto ingannatore che convince i troiani a prendere il cavallo di Troia e portarlo all’interno delle invalicabili mura cittadine.  Il cast dimostra che l’incarnazione visiva non depaupera la parola scritta, ma la dota di una nuova carne emotiva.   

L’opera di Nolan dimostra che trasferire un classico sul grande schermo non significa tradire il libro o privarlo di valore, ma offrire al pubblico un’opera autonoma dotata di propria dignità espressiva, capace di far vibrare il mito antico attraverso le specificità e i poteri del linguaggio cinematografico moderno. La sua opera è un atto  creativo fondamentale attraverso cui i grandi miti dell’umanità continuano a vivere e a risuonare nella cultura contemporanea. L’unico neo: non potere vedere questo film in tutta la sua magnificenza in una sala IMAX in Italia, almeno per il momento.  

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