Nel panorama letterario della fin de siècle, il crinale tra l’affermazione di una nuova sensibilità e la sua parodia è spesso così sottile da dissolversi. Il caso di Les Déliquescences: poèmes décadents, pubblicato il 2 maggio 1885 sotto lo pseudonimo collettivo di Adoré Floupette, dietro cui si celavano i poeti Gabriel Vicaire e Henri Beauclair, rappresenta un unicum sociologico e letterario. Nato come un raffinato pastiche satirico volto a sbeffeggiare le bizzarrie e gli esotismi della nascente scuola decadente, il volume finì paradossalmente per codificarne i canoni, agendo come un vero e proprio manifesto involontario. Come ha giustamente evidenziato la critica successiva, la ricezione delle Déliquescences dimostra come la parodia non sia semplicemente un atto di distruzione, bensì un potente vettore di concettualizzazione: esasperando i manierismi dell’avanguardia, Floupette ha offerto al pubblico e alla stampa l’idioletto perfetto per definire ciò che fino ad allora era solo un’atmosfera diffusa.
Un primo elemento di straordinaria densità simbolica risiede nelle note tipografiche del volume che ne dichiarano la stampa a Bisanzio, in un’esigua tiratura di 110 copie. Bisanzio non è una scelta geografica, ma un vero e proprio topos mitopoietico della cultura tardo-ottocentesca. Nel codice decadente, la capitale dell’Impero Romano d’Oriente incarna il lusso estremo e la raffinatezza cerebrale che fiorisce sul terreno della decomposizione politica e morale. Bisanzio rappresenta la bellezza sbiadita ma inalterata nel suo fascino ipnotico, opposta alla solarità classica di Atene o al pragmatismo borghese della Parigi contemporanea. A dare corpo a questa messinscena interviene la Notice biographique su Adoré Floupette, descritto come un oscuro farmacista o impiegato di provincia convertito al misticismo estetico dopo la folgorante lettura di Charles Baudelaire. Questa transizione dal grigiore provinciale all’estetismo esasperato ricalca, deformandola, la parabola di Jean des Esseintes, il celebre protagonista di À rebours di Joris-Karl Huysmans, pubblicato appena un anno prima, nel 1884. Floupette diventa così l’archetipo dell’epigono, il ricettore passivo di un’epidemia stilistica che trasforma il mal du siècle in un tic nervoso e l’angoscia metafisica in posa eccentrica.
Dal punto di vista strettamente testuale, Vicaire e Beauclair dimostrano una conoscenza millimetrica dei meccanismi della poesia di Verlaine, Mallarmé e dei Poètes maudits. I quindici componimenti delle Déliquescences estremizzano il pessimismo, la ricerca del raro, la frammentazione metrica e l’uso spregiudicato delle corrispondenze sinestetiche. Si veda, a titolo di esempio, il celebre sonetto Suavitas, in cui la musicalità verlainiana viene spinta fino al limite del non-senso melodico:
Feuilles d’ambre gris et jaune ! chemins
Qu’enlace une valse à peine entendue,
Horizons teintés de cire fondue,
N’odorez-vous pas la tiédeur des mains ?
Foglie di ambra grigia e gialla! Sentieri
Abbracciati da un valzer appena udito
Orizzonti tinti di cera fusa
Non sentite il calore delle mani?
La deliberata mescolanza tra aulicità lirica e l’assurdità del non-senso mette a nudo l’artificio decadente. In questa quartina, i poeti accumulano i feticci cromatici e olfattivi cari a Baudelaire (l’ambre gris), legandoli a immagini di dissolvenza liquida (cire fondue) e a suggestioni musicali impalpabili (à peine entendue). L’uso del neologismo odorez-vous (dal sapore squisitamente arcaizzante e artificiale) esaspera la sinestesia, ma l’accostamento complessivo svuota il testo di una reale coerenza logica, riducendolo a una pura partitura atmosferica che flirta coscientemente con il ridicolo.
Ancor più significativo è il componimento Idylle Symbolique, in cui i poeti parodiano la scomposizione cromatica e l’ermetismo formale:
Ils parlent, avec des nuances,
Comme, au cœur vert des boulingrins,
Les Bengalis et les serins,
Et ceux qui portent des créances
Parlano, con sfumature,
come, nel verde cuore dei campi da bocce
I Bengalesi e i canarini
E coloro che portano debiti
Qui il bersaglio satirico è l’ideale verlainiano dell’Art poétique (Pas la Couleur, rien che la nuance!). Vicaire e Beauclair destrutturano il lirismo naturalistico introducendo un elemento grottescamente prosaico e urbano: l’accostamento lirico tra uccelli esotici (Les Bengalis) e i portatori di debiti (ceux qui portent des créances), il tutto ambientato non in una foresta sacra o in un paesaggio interiore, ma nello spazio geometrico e borghese dei boulingrins (i campi da bocce). I poeti giocano e sembrano voler prendere in giro i lettori con le rime bizzarre e le assonanze, creando un cortocircuito tra l’estasi lirica e il ridicolo, svelando come il meccanismo analogico del Simbolismo, se privato di un autentico afflato metafisico, possa ridursi a un gioco combinatorio di puro nonsense.
Il successo dell’opera fu immediato e, per certi versi, incontrollabile. A partire dal 17 maggio 1885, a sole due settimane dalla pubblicazione, le principali testate parigine, come Gil Blas e Le XIXe Siècle, scesero in campo. La ricezione si divise immediatamente in due fazioni opposte: da un lato, i critici tradizionalisti e i giornalisti della stampa borghese salutarono il volume come la prova definitiva della pazzia e dell’inconsistenza della nuova scuola letteraria; dall’altro, gli stessi giovani poeti “decadenti” non solo non si offesero, ma adottarono il testo come una bandiera.
In questo contesto si inserisce la riflessione del critico letterario Paul Bourget, il quale nei suoi Essais de psychologie contemporaine (1883) aveva già tentato di definire lo “stile di decadenza” come quello in cui l’unità del libro si scompone per lasciare spazio all’indipendenza della pagina, della frase, della parola[1]. Floupette offriva la dimostrazione plastica di questa teoria: un atomismo stilistico dove il dettaglio bizzarro eclissa la totalità del senso. La confusione generata dal successo delle Déliquescences fu tale che i confini tra le varie sigle dell’avanguardia (Decadenti, Simbolisti, Strumentisti) si fecero nebulosi. Fu proprio per reagire a questo caos critico, alimentato dalle rime di Floupette, che il poeta e critico letterario Jean Moréas sentì l’urgenza di pubblicare, il 18 settembre 1886 sul supplemento letterario del Figaro, il celebre “Manifesto del Simbolismo”. Moréas intendeva smarcare la grande poesia idealista dalle accuse di “deliquio” e decomposizione formale associate al termine “Decadentismo”, proponendo una formula più nobile e filosoficamente strutturata.
Perché, dunque, un’opera satirica ha riscosso un successo così duraturo, tanto da essere studiata come un tassello fondamentale della storia letteraria francese? La risposta risiede nella natura profonda del Decadentismo stesso. Essendo un movimento fondato sull’artificio, sulla recitazione, sull’auto-ironia e sulla consapevolezza della propria fine, il Decadentismo possedeva già in nuce una forte componente parodica.
Adoré Floupette non ha inventato i cliché decadenti: li ha semplicemente catalogati e restituiti al pubblico con una lucidità speculare. In questo senso, Les Déliquescences cessa di essere una mera satira per trasformarsi in uno specchio magico. Vicaire e Beauclair volevano seppellire il Decadentismo sotto una risata; hanno finito, al contrario, per fornirgli lo scheletro concettuale e l’immortalità letteraria.
[1] Paul Bourget, Théorie de la décadence in Essai de psychologie contemporaine, Paris, librairie Plon, 1924, p. 19-26.
